La Comunità: un’etica dell’abitare per generare il domani

1. Il paradosso professato oggi, consiste: “Noi” contro “Loro”

Storicamente, l’aggregazione umana è nata per necessità di sopravvivenza. Il “patto di sangue” o di valori crea coesione interna, ma per definire chi siamo, l’essere umano ha quasi sempre avuto bisogno di definire chi non siamo. 

  • Il limite del modello attuale: Finché l’identità si basa sull’esclusione (il mio gruppo è superiore al tuo), il conflitto è inevitabile. La “prerogativa” di una comunità diventa la negazione del diritto dell’altra.
  • La sfida: Passare da un’identità “esclusiva” a un’identità “inclusiva”, dove la diversità non è minaccia ma risorsa sistemica. 

2. Oltre lo scontro, esiste un altro modo?

La storia sembra dirci di no, ma l’evoluzione umana suggerisce il contrario. Siamo passati dal clan alla tribù, dalla città-stato alla nazione, e ora (faticosamente) verso organismi sovranazionali. 

  • Il superamento del conflitto: Non si tratta di eliminare il conflitto (che è intrinseco alla diversità), ma di istituzionalizzarlo. La politica e il diritto nascono proprio per sostituire il sangue con la parola e il compromesso.
  • La priorità del “Senso Comune”: Il buon senso che oggi appare negato può essere recuperato solo mettendo al centro la biologia comune. Di fronte a sfide globali (clima, pandemie, risorse limitate), l’umanità deve riconoscersi come un’unica comunità di destino. 

3. L’essenza e il significato del nostro esistere:

Se il risultato attuale è la distruzione, la ridefinizione delle priorità deve passare per:

  • L’Umanesimo Integrale: Rimettere la persona al centro, non come individuo isolato, ma come nodo di una rete di relazioni. Il significato dell’esistere non risiede nell’accumulo o nel dominio, ma nella cura del legame.
  • Dalla competizione alla cooperazione: Le neuroscienze e l’antropologia moderna dimostrano che l’uomo non è solo “lupo per l’altro uomo”, ma è l’animale più cooperativo del pianeta. È questa la caratteristica che ci ha permesso di dominare l’ambiente, ed è la stessa che oggi dobbiamo usare per non distruggerlo. 

4. Prospettive per le generazioni future, per costruire un futuro diverso, occorre agire su diversi livelli:

  1. Livello Micro (Comunità locali): Praticare la “convivenza delle differenze” nel quotidiano. Le piccole comunità sono laboratori di democrazia dove si impara a gestire il conflitto senza violenza.
  2. Livello Educativo: Insegnare la “grammatica dell’alterità”. La scuola deve formare cittadini del mondo, capaci di sentirsi a casa in culture diverse dalla propria.
  3. Livello Macro (Politiche nazionali): È necessario un passaggio dalla sovranità assoluta alla sovranità condivisa. Le nazioni devono accettare limiti al proprio potere in nome di un bene superiore globale (Pace, Ecologia, Diritti Umani). 

Conclusione

Il mondo non “deve andare come è andato sempre”. La storia non è un binario morto, ma un processo aperto. La negazione del buon senso a cui assistiamo è il segnale di un modello vecchio (quello dello Stato-Nazione ottocentesco e bellicoso) che sta morendo, mentre il nuovo non è ancora nato.
La modalità da immaginare è quella della “Cittadinanza Terrestre”: non annullare le proprie radici e i propri usi, ma riconoscerli come una delle tante sfumature di un unico prisma umano. Solo chi è sicuro della propria identità non ha paura dell’incontro.

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